"Porchettiamo va a Todi. Il Comune risponde con Porquesì. Coincidenza?"
C'è una scena che immagino benissimo. Sala riunioni. Qualche assessore con il caffè in mano, aria grave. Sul tavolo una domanda esistenziale: "E adesso che Porchettiamo se ne va, che facciamo?"
Pausa.
Silenzio.
Poi, la folgorazione.
Signore e signori, benvenuti in Italia.
Porchettiamo non è una sagra qualunque. È un ecosistema costruito mattone su mattone in sedici anni di lavoro sul campo — e la parola "lavoro" qui va presa nel senso più concreto e ingrato del termine: fornitori selezionati e fidelizzati, pubblico conquistato edizione dopo edizione, logistica affinata, errori corretti, intuizioni validate dal tempo.
Dietro c'è Anna Setteposte, alla guida di Anna Setteposte Eventi & Comunicazione assieme al suo staff. Ma dietro c'è soprattutto qualcosa che non si scrive in nessun registro e non si trasferisce con nessun atto notarile: il know-how. Quella conoscenza silenziosa e densa che si accumula solo attraverso l'esperienza diretta — sapere chi chiamare, come gestire un'emergenza il sabato sera, quale produttore non deluderà mai, come si costruisce l'atmosfera giusta perché la gente torni l'anno dopo.
Sedici anni di questo. Sedici edizioni in cui qualcuno ha avuto prima di tutto un'intuizione — capire che in quel territorio, attorno a quel prodotto, si poteva costruire qualcosa di identitario e duraturo — e poi ha avuto la disciplina e la visione di trasformarla in realtà, anno dopo anno, senza smettere di migliorarla.
Questo è il vero capitale di Porchettiamo. Non il nome. Non la data sul calendario. Non il palco o le transenne. Il capitale è quella ricchezza invisibile e non replicabile che si chiama esperienza, reputazione, relazione. Ed è esattamente il tipo di capitale che non si eredita. Non si annuncia. Non si improvvisa in una delibera.
Quest'anno l'evento si sposta. Da San Terenziano a Todi, dal 22 al 24 maggio 2026. Le ragioni dichiarate dagli organizzatori riguardano l'idoneità degli spazi rispetto ai flussi di pubblico e ai profili di sicurezza: il paese, con la crescita dei visitatori, non era più in grado di accoglierli adeguatamente. Roba da professionisti, non da bar sport.
Fin qui, tutto normale. Le imprese si muovono. I format evolvono. Il mercato funziona così.
Quello che è meno normale è la risposta.
Il Comune di Gualdo Cattaneo ha annunciato Porquesì: un nuovo evento sulla porchetta, a San Terenziano, dal 15 al 17 maggio. Date diverse, sede diversa — sia chiaro — ma permettetemi di soffermarmi un secondo sul nome.
Por-que-sì.
Non "Festa della Porchetta di San Terenziano". Non "Gualdo in tavola". Non qualsiasi altra cosa che segnalasse discontinuità, originalità, un nuovo inizio. No: Porquesì. Quattro lettere cambiate rispetto a un brand costruito in sedici anni. Abbastanza diverse da non essere identiche. Abbastanza simili da evocare esattamente ciò che non c'è più.
Ora, è possibile che sia una coincidenza. È possibile che in quella sala riunioni nessuno abbia fatto il collegamento. È possibile molte cose.
Ma il paradosso rimane, e ha il suo peso specifico: l'iniziativa pubblica nata dopo la partenza di Porchettiamo porta un nome che, foneticamente e visivamente, ricorda Porchettiamo. Non lo cita, non lo copia — attenzione, qui non si parla di diritto, si parla di percezione. E la percezione, nel marketing territoriale come nella politica locale, è tutto.
Chiamarla coincidenza è lecito. Fare finta che non esista è un'altra cosa.
Intendiamoci. Nessuno qui sta sostenendo che un Comune non abbia il diritto di promuovere eventi sul proprio territorio. Ce l'ha, eccome. E nessuno sta affermando che esista un illecito accertato — non è questo il punto, e non spetta certo a un blog stabilirlo.
Il punto è un altro. È una questione di opportunità politica e di segnale culturale.
Quando un'amministrazione pubblica, dopo la partenza di una manifestazione privata costruita in sedici anni di lavoro, sceglie come prima risposta un evento sullo stesso prodotto, nello stesso territorio, con un nome che richiama sonoramente quello originale, si può leggere quella scelta come un ingresso in una zona di potenziale sovrapposizione con un format privato già consolidato. Non necessariamente intenzionale. Non necessariamente illecita. Ma certamente discutibile.
Perché la domanda che dovrebbe porsi ogni amministratore non è "come facciamo a riempire il vuoto lasciato da quell'evento?" — come se un format privato fosse un bene pubblico da ereditare — ma "cosa possiamo costruire di nuovo, di originale, di nostro?"
Ci vuole più coraggio creativo, certo. Richiede di rischiare su un'idea propria invece di appoggiarsi all'immaginario già costruito da altri. Ma è esattamente lì che si distingue una buona politica da una risposta frettolosa.
C'è poi una questione di principio che va oltre questo caso specifico e riguarda chiunque abbia a cuore il rapporto tra pubblico e privato.
La politica — quella buona — crea condizioni favorevoli perché le imprese possano nascere, crescere e, se necessario, spostarsi. Non si sostituisce ad esse quando se ne vanno. Non riempie il loro spazio con iniziative che ne richiamano l'immaginario. Perché così non si trattiene nessuno e non si costruisce nulla di nuovo: si manda soltanto un segnale molto chiaro a chiunque voglia investire in quel territorio.
Ma c'è un aspetto ancora più ingenuo in tutta questa vicenda, e lo dico senza cattiveria: l'identità di un evento non si ricrea con un annuncio.
Porchettiamo non vale per il nome che porta. Vale per sedici anni di scelte giuste, di relazioni costruite, di fiducia guadagnata una porchetta alla volta. Vale perché dietro c'è un'intuizione originale e la tenacia rara di chi quella intuizione l'ha trasformata in qualcosa di concreto, ripetibile, riconoscibile. Vale perché il pubblico — quello fidelizzato, quello che torna ogni anno — non segue un cartello. Segue una storia.
Richiamare quello stesso immaginario — e, sia pure involontariamente, quel suono, quella cadenza, quelle quattro sillabe — senza quella storia, non è un omaggio. È un simulacro. E il pubblico fidelizzato lo capisce al primo colpo d'occhio, prima ancora di leggere il programma.
La buona politica crea. La cattiva replica.
La buona politica tiene insieme il territorio. La cattiva lo divide in tifoserie.
La buona politica riconosce il lavoro dei privati come una risorsa collettiva da valorizzare. La cattiva lo tratta come un bene demaniale da occupare quando fa comodo.
La domanda legittima, allora, non è se ci sia già un torto accertato. È se questa sia stata la miglior risposta istituzionale possibile alla partenza di un format privato costruito in sedici anni di sacrifici, visione e competenza.
E quando ci si pone quella domanda con onestà, la risposta non è confortante.
Nel frattempo, la porchetta — quella con sedici anni di storia alle spalle e la diciassettesima edizione già pronta — se ne va a Todi.
Buon appetito.
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