35 euro per il pesce del venerdì: chi è il vero pirla?

35 euro per il pesce del venerdì: chi è il vero pirla?

di Valentino Clementi · ⏱ 4 min di lettura

Antipasto, primo, secondo, vino e amaro compresi. Un'offerta che grida «occasione!» — ma il mare non mente mai. Lo fa il menu.

Ammettiamolo subito, prima che lo faccia qualcun altro: quando vedi quel cartello vintage con il pescatore sorridente, i muscoli gonfi e tre portate di antipasto, due primi, due secondi, vino acqua amaro e caffè per 35 euro, una parte di te — quella parte che ama credere nei miracoli — esulta. «Finalmente un posto onesto.» Già. Onesto.

Spoiler: la locanda del pescatore è onesta quanto la pesca miracolosa del Vangelo. Solo che lì c'era di mezzo Gesù, e qui c'è di mezzo il food cost.

«Se paghi 35 euro per sette portate di pesce con le bevande incluse, non stai risparmiando. Stai solo decidendo di non sapere cosa stai mangiando.»

Il conto che nessuno fa

Facciamo due calcoli, da adulti. Andate al supermercato — non da Eataly, al supermercato normale — e provate a mettere nel carrello: un chilo di vongole fresche, due orate, qualche gambero che non sembri di gommapiuma, una bottiglia di Vermentino decente, acqua minerale, il caffè e quell'amaro che nessuno beve ma che compare sempre nei menu fissi come una promessa di digestione. Tornerete alla cassa con quaranta euro nel migliore dei casi — e avete cucinato voi, senza affitto, senza personale, senza utenze, senza margine.

Ora ditemi: come fa un ristorante — con un cuoco, un cameriere, le luci accese e il fitto del locale — a servirvi tutto questo a 35 euro a testa rimanendo in vita? La risposta è semplice, e non vi piacerà: non ci riesce. Non con quel pesce lì.

Chi è il furbo, davvero?

Qui sta il cuore del ragionamento, e qui smetto di essere sarcastico — per un paragrafo, poi torno. Il ristoratore che propone questo menu non è necessariamente un criminale. È, molto più probabilmente, un imprenditore disperato che ha capito una cosa fondamentale: il consumatore italiano medio non vuole mangiare bene. Vuole credere di mangiare bene, spendendo poco. Sono due cose completamente diverse.

Il menu fisso da 35 euro è la risposta perfetta a quella domanda. Risolve l'equazione psicologica: tanto cibo, prezzi bassi, l'illusione dell'abbondanza marinaresca. Il pesce surgelato non ha senso del ridicolo. Si presta a tutto. Non si lamenta. Non lascia odori sospetti al mattino. Ed è, soprattutto, straordinariamente economico.

Il paradosso della qualità percepita

Più portate arrivano al tavolo, meno ci si interroga sulla provenienza di ciascuna. È una tecnica vecchia come la ristorazione di massa: la quantità anestetizza il giudizio. Quando sei alla quinta portata, non stai più valutando il pesce — stai sopravvivendo.

La colpa, se vogliamo trovarla

La colpa — e qui il sarcasmo cede il posto alla malinconia — è di un sistema che ha progressivamente desensibilizzato le persone al valore reale del cibo. Quando non si sa che un'orata fresca costa, al dettaglio, tra i 12 e i 18 euro al chilo, è impossibile capire che quella servita a 35 euro in un menu da sette portate non può essere un'orata fresca. Non è ignoranza colpevole: è ignoranza strutturale, coltivata per decenni da una grande distribuzione che ha abituato tutti a pensare al pesce come a una commodity intercambiabile.

Il risultato è che ci rimettono in tre: il consumatore, che mangia male senza saperlo; il ristoratore onesto, che non riesce a competere con chi vende fumo a prezzo di nebbia; e la ristorazione intera, che si impoverisce verso il basso in una gara al ribasso senza fine.

Allora cosa si fa?

Si smette di cercare occasioni e si inizia a cercare qualità. Concetto rivoluzionario, lo so. Significa accettare che un piatto di spaghetti alle vongole veraci — fatte davvero — non può costare meno di 18 euro. Significa leggere il menu con occhi diversi: non «quanto prendo per quello che spendo» ma «cosa sto per mangiare e da dove viene». Significa, a volte, ordinare meno e scegliere meglio.

Il prezzo basso non è mai una garanzia di disonestà. Ma nel pesce fresco — con i suoi costi di filiera, la deperibilità brutale, il trasporto, il personale specializzato — è quasi sempre un segnale. Un segnale che va letto.

Il pescatore sorridente sul cartello vintage ha tutta la mia simpatia. Il pesce che tiene in mano, invece, vorrei vederlo da vicino. Prima di sedermi.

menu fisso ristorante pesce surgelato qualità cibo food cost ristorazione italiana

Ti è piaciuto questo articolo?

💬 Commenti